Biografia

Ulderico Marotto nasce il 22 agosto 1890 a San Michele extra, frazione di Verona, dove i genitori gestiscono una piccola osteria. Frequenta la scuola elementare ma sogna già i pennelli perciò a Santa Lucia chiede solo matite colorate. A 12 anni la famiglia lo indirizza al lavoro, che svolge con poca motivazione prima come garzone presso un droghiere, poi come magazziniere in un mobilificio infine come cameriere in una trattoria: tali esperienze lo convincono a terminare gli studi perché avverte precocemente la necessità di dipingere. Al raggiungimento del diploma elementare la madre, che ben conosce i sogni del figlio, gli trova lavoro come “piccolo” in una bottega di decorazioni, imbiancature e verniciature cosicché al giovane Ulderico non par vero di poter tenere un pennellaccio tra le mani tutto il giorno. Questo faticoso impegno non lo priverà della gioia di iscriversi alla Scuola Serale di Disegno, scuola che continuerà anche dopo il trasferimento della famiglia a Milano dove frequenterà l’Accademia Braidense e una scuola serale presso il Castello Sforzesco.
Il successo di Ulderico Marotto è quindi il coronamento di una vita impegnata, dura, impostata con disciplina e austerità, non priva di dispiaceri, con due guerre combattute e tante difficoltà economiche.
A Milano vive con la moglie in un sottotetto, i cari, romantici abbaini, in Via Zecca Vecchia 4, ambiente bohémien che ritroverà nell’allestimento dell’opera pucciniana al teatro “Alla Scala” e che ispirerà i due giovani sposi nella scelta del nome della bambina che aspettavano: nacque Marcella in onore al nome del protagonista, il pittore Marcello. Marotto fa vita ritirata, ama la solitudine, è schivo e modesto ma non si arrende alle avversità perché l’arte lo sostiene ed è per lui compagna di vita, in essa trova appagamento. È un artista modesto, spesso autocritico, estremamente scrupoloso nella realizzazione delle sue opere, utilizza ottimi colori, pennelli buoni, carta per acquerello ottima, perciò se l’attrezzatura è buona e il risultato no, la causa è da imputare all’esecutore. Marotto infatti rimarrà sempre un artista dalla pittura fresca e giovanile, continuerà con umiltà, giorno dopo giorno a studiare, a mettersi alla prova e mai penserà che la sua affermazione e l’apprezzamento dei critici siano un traguardo d’arrivo. Tra periodi di euforia, alternati a momenti di fermo lavoro, è così che un giorno, recandosi al Caffè Grossi sotto la Galleria De Crisoforis di Milano, per cercare conforto da alcuni amici, ebbe la fortuna di incontrare il pittore Vincenzo Castelli: 1, fu per me la scoperta di un vero tesoro…questo nome io lo dovrei scrivere non solo a tutte lettere maiuscole, ma in oro!!. Castelli dopo averlo studiato e giudicato meritevole intervenne dicendo: Marotto se lei crede, domani può venire a casa mia e là le mostrerò il genere di pittura della quale io mi occupo e che dà da vivere decorosamente a me e alla mia famiglia. Se la cosa le si presenterà difficile, come effettivamente lo è, non si scoraggi, perché le prometto il mio appoggio.
Terminarono per Marotto i giorni grigi, la conoscenza del generoso amico Castelli fu per lui un benefico raggio di sole. Egli era persona precisa, esauriente, conosceva arti grafiche, chimica, medicina, legge e letteratura, amava definirsi: “io ho lo spirito del timido”, era di piacevole compagnia, timido e al tempo stesso spiritoso. Marotto ebbe l’altissimo onore di essere, in seguito, divenuto il suo primo amico, lui che di amici ne aveva in qualsiasi ramo e taluni anche con nomi illustri, altri in brillanti condizioni. Però da quell’intelligente che era, aveva capito che il vero, il fedelissimo amico era il povero, semplice Marotto. Colui che non lo avrebbe mai deluso, che approfittava e con massimo piacere, della più piccola occasione per poter dimostrargli la sua costante gratitudine.
Il punto di intesa tra i due artisti portò l’uno a dedicarsi all’arte pubblicitaria che gli procurava di che vivere, l’altro a comprendere e immergersi nella pittura del paesaggio dal vero. Tra i due l’entusiasmo per la pittura dal vero cresce ancor più in occasione delle nevicate, affrontate con l’“intrachen”, termine umoristico coniato da Castelli per definire l’equipaggiamento brevettato dall’amico Marotto, che nelle memorie lo descrive così: un pellicciotto a giacca di pelle di pecora (naturalmente con la sua lana) che indossavo al momento di fermarmi a dipingere, un passamontagna e un paio di soprascarpe pure queste di pelle di pecora. Queste ultime, come pure il pellicciotto, fabbricate da me stesso…

Ulderico Marotto nasce il 22 agosto 1890 a San Michele extra, frazione di Verona, dove i genitori gestiscono una piccola osteria. Frequenta la scuola elementare ma sogna già i pennelli perciò a Santa Lucia chiede solo matite colorate. A 12 anni la famiglia lo indirizza al lavoro, che svolge con poca motivazione prima come garzone presso un droghiere, poi come magazziniere in un mobilificio infine come cameriere in una trattoria: tali esperienze lo convincono a terminare gli studi perché avverte precocemente la necessità di dipingere. Al raggiungimento del diploma elementare la madre, che ben conosce i sogni del figlio, gli trova lavoro come “piccolo” in una bottega di decorazioni, imbiancature e verniciature cosicché al giovane Ulderico non par vero di poter tenere un pennellaccio tra le mani tutto il giorno. Questo faticoso impegno non lo priverà della gioia di iscriversi alla Scuola Serale di Disegno, scuola che continuerà anche dopo il trasferimento della famiglia a Milano dove frequenterà l’Accademia Braidense e una scuola serale presso il Castello Sforzesco.
Il successo di Ulderico Marotto è quindi il coronamento di una vita impegnata, dura, impostata con disciplina e austerità, non priva di dispiaceri, con due guerre combattute e tante difficoltà economiche.
A Milano vive con la moglie in un sottotetto, i cari, romantici abbaini, in Via Zecca Vecchia 4, ambiente bohémien che ritroverà nell’allestimento dell’opera pucciniana al teatro “Alla Scala” e che ispirerà i due giovani sposi nella scelta del nome della bambina che aspettavano: nacque Marcella in onore al nome del protagonista, il pittore Marcello. Marotto fa vita ritirata, ama la solitudine, è schivo e modesto ma non si arrende alle avversità perché l’arte lo sostiene ed è per lui compagna di vita, in essa trova appagamento. È un artista modesto, spesso autocritico, estremamente scrupoloso nella realizzazione delle sue opere, utilizza ottimi colori, pennelli buoni, carta per acquerello ottima, perciò se l’attrezzatura è buona e il risultato no, la causa è da imputare all’esecutore. Marotto infatti rimarrà sempre un artista dalla pittura fresca e giovanile, continuerà con umiltà, giorno dopo giorno a studiare, a mettersi alla prova e mai penserà che la sua affermazione e l’apprezzamento dei critici siano un traguardo d’arrivo. Tra periodi di euforia, alternati a momenti di fermo lavoro, è così che un giorno, recandosi al Caffè Grossi sotto la Galleria De Crisoforis di Milano, per cercare conforto da alcuni amici, ebbe la fortuna di incontrare il pittore Vincenzo Castelli: 1, fu per me la scoperta di un vero tesoro…questo nome io lo dovrei scrivere non solo a tutte lettere maiuscole, ma in oro!!. Castelli dopo averlo studiato e giudicato meritevole intervenne dicendo: Marotto se lei crede, domani può venire a casa mia e là le mostrerò il genere di pittura della quale io mi occupo e che dà da vivere decorosamente a me e alla mia famiglia. Se la cosa le si presenterà difficile, come effettivamente lo è, non si scoraggi, perché le prometto il mio appoggio.
Terminarono per Marotto i giorni grigi, la conoscenza del generoso amico Castelli fu per lui un benefico raggio di sole. Egli era persona precisa, esauriente, conosceva arti grafiche, chimica, medicina, legge e letteratura, amava definirsi: “io ho lo spirito del timido”, era di piacevole compagnia, timido e al tempo stesso spiritoso. Marotto ebbe l’altissimo onore di essere, in seguito, divenuto il suo primo amico, lui che di amici ne aveva in qualsiasi ramo e taluni anche con nomi illustri, altri in brillanti condizioni. Però da quell’intelligente che era, aveva capito che il vero, il fedelissimo amico era il povero, semplice Marotto. Colui che non lo avrebbe mai deluso, che approfittava e con massimo piacere, della più piccola occasione per poter dimostrargli la sua costante gratitudine.
Il punto di intesa tra i due artisti portò l’uno a dedicarsi all’arte pubblicitaria che gli procurava di che vivere, l’altro a comprendere e immergersi nella pittura del paesaggio dal vero. Tra i due l’entusiasmo per la pittura dal vero cresce ancor più in occasione delle nevicate, affrontate con l’“intrachen”, termine umoristico coniato da Castelli per definire l’equipaggiamento brevettato dall’amico Marotto, che nelle memorie lo descrive così: un pellicciotto a giacca di pelle di pecora (naturalmente con la sua lana) che indossavo al momento di fermarmi a dipingere, un passamontagna e un paio di soprascarpe pure queste di pelle di pecora. Queste ultime, come pure il pellicciotto, fabbricate da me stesso…
Completava l’attrezzatura, un cavalletto, al quale Marotto aveva aggiunto scannellature, sostegni, cinghie per borraccia, elastici, viti e infine l’ombrello, insieme al combustibile che sarebbe servito per intiepidire l’acqua che si doveva adoperare.
Marotto con passione cominciò a preparare i colori a tempera, macinandoli e conservandoli in vasetti di ceramica, soluzione era per la pittura in studio, ma scomoda per la pittura en plein air che tanto amava. Cosicché decise di mettere le tempere nei tubetti, fino a quando, non trovandoli più in commercio, costringe la moglie ad acquistare più prodotti possibili in tubetto per poi riutilizzarli…ecco che la salsa di pomodoro diventa la biacca, il dentifricio Durbans l’arancione,il Clorodont il giallo e così via…
Nelle varie tecniche di pittura in realtà, diceva Marotto, si può ottenere più o meno, a seconda dell’abilità, ciò che si vuole, tranne nel acquerello. È un signore che comanda proprio lui. Se riesce è di getto, alla prima, diversamente perde freschezza e trasparenza, indispensabile perché si dica riuscito.
Ulderico nutre un forte legame con le sue opere, fatica a venderle, le cede solo per necessità, o per pagare i soggiorni estivi nella “sua” incantevole Chioggia, della Liguria, del Garda, ma le conserverebbe tutte per tenerle sott’occhio. Le più riuscite perché tali, le meno come studio e confronto.
Grande amante della natura dai tempi dell’infanzia, quando scappava per le campagne veronesi, Marotto ha sempre avvertito la necessità del contatto diretto con il soggetto rappresentato ed è chiaro nelle sue opere l’amore che egli riserva agli alberi, ai fiori, ai ruscelli, ai campi e alle creature, tutte, che vivono in questi ambienti.
L’uomo è, per Marotto, l’elemento indispensabile del paesaggio. È l’uomo con le attività primarie dell’epoca, quello che troviamo nelle rappresentazioni dell’amata Verona: lo spazzacamino, il sabbionaro, il traghettatore, il contadino sui carri e al ritorno dal pascolo, il brumista. Non di meno è pura poesia la donna ritratta da Marotto intenta a ricamare, a rammendare, ad accudire i bambini, a lavare i panni sul greto dell’Adige: sono tutti protagonisti della realtà quotidiana, rappresentanti di quei valori morali ai quali Marotto tanto crede, protagonisti di quel realismo pittorico che tanto caratterizzerà la sua arte. Un realismo magico, che lo porta ad una costruzione dell’opera tecnicamente precisa, frutto di una conoscenza della prospettiva e dell’anatomia, tale però da non perdere il fascino e la poesia di una pennellata libera, vibrante, a tratti macchiaiola e a tratti impressionista. L’acquerello, poco conosciuto a Verona, è all’epoca considerato “pittura da signorine” ma Marotto dimostrò di saper raggiungere effetti fortissimi, sarà proprio lui, padrone della tecnica e con tanti anni di esperienza e passione, a farla conoscere ai veronesi quando, alla fine della Seconda Guerra Mondiale farà ritorno nella sua città che, con sempre tanta malinconia aveva dipinto.
Sono l’anima e la sensibilità di Marotto a emergere dalla pacata armonia della sua arte, un uomo che pur avendo sofferto è sereno, conquistato e rassicurato dalla Provvidenza divina che, in più occasioni della sua vita, lo ha ritenuto meritevole del suo intervento.
È l’equilibrio armonico il filo conduttore della sua vita, l’elemento principale della sua arte e la luce, anche nelle opere più scure, quella luce dell’anima che l’ha caratterizzato e consacrato tra i più grandi artisti veneti del Novecento.
Io ho cercato di fare del mio meglio dato che la tecnica dell’acquerello non l’avevo mai veramente studiata. Per me è dunque era una cosa del tutto nuova, ma sia per far piacere all’amico, che lui la conosceva bene, e sia perché effettivamente è una gran bella pittura (per quanto assai difficile) fatto è che da quel lontano giorno tal genere di pittura non l’ho più lasciata.
